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giovedì, 08 ottobre 2009

Quel sogno rimasto intrappolato lì, dentro ad un altro
soltanto sognato, in ritagli di tempo malvissuti.
Pensato come una speranza, per sostenere quei momenti di sfiducia
risollevando i sensi, e lacere intenzioni
tessute senza più alcun coraggio.
 
Quel tempo custodito lì, intorno e altrove
ingabbiato in una scelta che ha le mani legate.
Non chiedono e non danno, più nessuna carezza
a quei sospiri flebili, che l’anima fa
come un dolore di sottofondo.
 
Quegli attimi scoppiati lì, dentro ad un fuoco
di un vivido battito, che non ha rimpianti né colpa.
Ad occhi chiusi, con le mie mani fra le tue mani
e questa solitudine, che si stringe a te
in una danza tribale.

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La cortesia degli estranei
martedì, 30 giugno 2009

In alcune tarde serate di questa estate precoce, succede che qualcuno entri con un’aria alquanto stordita, si guarda attorno in maniera diffidente e poi …decide di sedersi alla panca per mangiare qualcosa, e comincia a scambiare quattro chiacchiere con te.   

Poi ritornano, di tanto in tanto. Ci si conosce un po’ di più, e fra una pizza e qualche birra, può succedere che ci si lasci andare a qualche intima riflessione sul senso della vita, della famiglia, dell’amore. Dei figli.

Ne nasce un incontro garbato, uno scambio disimpegnato. Di reciproca cortesia. E un po’ ci si affeziona.

 

Di mattina il buongiorno con i negozianti vicini, con cui si scambia qualche battuta, e certe volte favori. Una colazione al bar accanto a parlare del tempo che oramai non puoi più dire se pioverà o no, e di ogni giornata che non sai mai come andrà a finire – o come ti sorprenderà…

 

C’è gente ovunque, e io - introverso intraprendente – mi ritrovo fra loro, come loro, per la strada di tutti. Così impaurito dal parere degli altri, che alla fine ho deciso di ritrovarmici faccia a faccia, quotidianamente.

Ed è un po’ come allargare i confini del proprio mondo, per conoscere nuovi modi di vivere. E dalla reciproca diffidenza – o sospetto – del primo “buongiorno” scambiatosi, a volte nascono garbate consuetudini in cui si fa amicizia un po’ di più.

 

Mi fa strano pensarmi sfuggente e spaventato, per poi (ri)vedermi allegramente insieme a tutti quanti gli altri, come in una permanente festa di paese…

 

La sensazione è quella di esserci con cautela. Il sentimento è di Fiducia appena nata.

 

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Poesia
martedì, 02 giugno 2009
e come un lampo
ti rapisce i pensieri
e gli occhi si appendono altrove.

A guardare oltre questo momento,
a ieri o al domani
fino a farti vibrare dentro.

E' dolore e stupore,
un brivido di meraviglia.
Una voce antica
che parla una nuova lingua.

Come un bagliore di nostalgia
di chissà dove

che io chiamo poesia.
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La via del Cuore
domenica, 17 maggio 2009

Sono passati 4 anni dal mio primo seminario in Arkeon e ricordo ancora chiaramente quello che pensai la domenica sera, sul finire dell’incontro: “questo è il posto che cercavo” dissi a mia moglie.

A convincermi che fosse il posto giusto per me, in quel preciso periodo della mia vita, fu un rispettoso silenzio e capacità di ascolto mostrata da ognuno dei partecipanti nei confronti dell’altro. E un’intimità così profonda che prima di allora avevo ritrovato solamente nei miei pensieri più reconditi. Quelli che nemmeno tu stesso dici ad alta voce, per paura che possano essere ascoltati.   

Ciò che mi colpì maggiormente, in quei giorni, fu proprio quel senso di solidarietà creato dall’incontro di più voci che raccontavano lo stesso sentimento: la nostalgia. Forse di un posto (interiore) che non si conosce, o di un qualcosa che ancora non è accaduto. Qualche volta la nostalgia di se stessi, per quella distanza invalicabile che separa il come ci si sente dentro e il come si appare fuori. Altre volte la nostalgia di qualcuno che possa ascoltarci sul serio: un amore, un amico, un fratello, un padre. Qualcuno che ci possa aiutare, con una spinta nell’anima, a compiere quel salto che separa l’esistere dall’essere. Attraversando la paura di non piacere agli altri, di essere deriso, di deluderli o di spaventarli. Mostrando quella parte di sé che troppo spesso viene data per scontata, perché così ovvia nella sua semplicità, e poco credibile per il mancato riscontro che ha nella vita di tutti i giorni: quella parte che è il cuore. Che sogna il bello per sé e per chi ama, che ama la semplicità di un gesto spontaneo e la bellezza delle piccole cose, che non si arrende all’evidenza delle apparenze e impara a progettare l’impossibile, che crede in un suo domani splendente e non si fida di chi si piange troppo addosso. Il cuore, così spesso abusato dalla bocca di tutti, ma mai sconfitto dalle esperienze di vita, perché continua a palpitare, a dispetto di ogni cosa, nonostante tutto.

 

         Quel giorno, fra tutta quella gente seduta in cerchio attorno ad un fuoco, ho incontrato la voglia di rivendicare questa parte sacra che appartiene ad ognuno di noi. Quella che un disilluso chiama buonismo, quella che un miscredente chiama idiozie, quella che un bugiardo chiama ipocrisia , quella che un paranoico chiama plagio.  

 

         E invece esiste” – pensai. Quando vidi un uomo grande sembrare piccolo, in ginocchio, dinanzi a suo padre; o quando ascoltai il pianto a dirotto di una piccola madre che tornava, riconoscente, fra le braccia di sua madre grande. E ad ogni nuovo nato, sollevato da un padre nuovo, con le braccia tremanti di orgoglio, sopra le nostre teste. Le cose importanti, quelle che più contano… a detta di tanti, ma in cui pochi credono fermamente.

 

In Arkeon ho conosciuto questa possibilità di vivere …pericolosamente! A cuore aperto. Affinché tutte le cose possono insegnarti un senso o negartelo. E affinché ognuno possa venire da te per incontrarti o per ferirti. Dove quella linea sottile che separa l’ingenuità dall’incoscienza, si chiama FEDE.

 

In questi due anni di assenza da Arkeon, ho avuto la possibilità di sperimentare quotidianamente cosa fosse realmente cambiato in me, e in relazione a questo cambiamento, quanto fosse cambiata l’idea che gli altri avessero di me. A cominciare dalla mia famiglia di origine, dai parenti, agli amici, i non amici, i conoscenti. E soprattutto mia moglie.

Sei cresciuto” mi dicono spesso. E a lungo mi sono chiesto quanti sensi potesse avere una frase semplice come questa. Poi mi sono voltato indietro. Ho ripercorso la distanza e la disistima che c’era fra me e mio padre, o le liti ed i silenzi dispettosi che interponevo fra me e mia madre. Il gelo, mai spezzato da un abbraccio, con i miei fratelli, e la bruciante sofferenza che avvertivo nello stare fra i miei colleghi - mai amici ma sempre conoscenti.

Ma più di tutto, e tutti, s’infrangeva in me, ciclicamente, un sogno - forse perché creduto sempre tale e mai possibile – condiviso con mia moglie: quello di poter avere un figlio che pareva dovesse non arrivare mai.

 

Non lo dico per presunzione né per compiacermi, ma in questi ultimi 4 anni ne sono cambiate di cose, e credo di poter dire in meglio. Mio figlio le riassume tutte, in ogni suo gesto, in ogni piccola parola appena accennata, quando apro la porta di casa e lui mi corre in braccio gridando forte “Papà, papà, papapaaaaà!”.

Si, penso di essere cresciuto, e il senso di questo crescere l’ho trovato nell’esperienza paternità. E’ affiorato alla mia mente poche settimane fa, nel giardino della mia casa d’infanzia: mio nonno, mio padre, io e mio figlio a giocare insieme con un pallone, come se fossimo tutti bambini, o tutti quanti uguali. Lo stesso sangue, la stessa carne. La vita che va avanti e che trova un senso proprio nell’essere vita. Con quella sensazione – dalle antiche radici - che ci sia un Padre per ognuno di noi che abbia voglia di (ri)abbracciarlo. Da qualche parte, nel profondo…


Per questi e altri motivi, quando leggo storie di tutt’altro spessore e senso, relative all’esperienza Arkeon, ho l’impressione di aver frequentato qualcosa di nettamente diverso da come lo si descrive altrove. Poi l’impressione svanisce, e ciò che resta è la verità concreta che è presente nella mia vita (e come me e più di me, lo è in quella di tanti altri). Dimostrabile, più di tante infondatezze sparse ad hoc sul web, più di tante illazioni dal sapore diffamante comparse in TV e sui giornali. Non per dire a forza che c’è qualcuno che ha ragione e tutti gli altri mentono …prima di sapere, prima di conoscere.

Perché il rispetto dovrebbe essere dovuto a tutti – fino a prova contraria. E il rispetto – almeno io l’ho imparato così – lo si dimostra con l’ascolto. Con l’ascolto di tutte le parti in causa. Anche di quelle che non hanno le giuste conoscenze. Di quelle che secondo taluni non sono più capaci di intendere e di volere. Di quelle che restano in silenzio, aspettando il giorno in cui potranno parlare ed essere ascoltati.

Oggi il mio grazie va a tutte quelle persone che nei cerchi di Arkeon - Vito su tutti - mi hanno mostrato, con la loro esperienza, la via del cuore

 

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Come sto?
mercoledì, 13 maggio 2009

Caro F.

ti sembrerà una frase di convenienza, ma io ogni tanto provo ancora a chiamarti, per sapere se sei in Italia, e mi risponde sempre la Tim, dicendo che sei altrove. Appena ho un momento di relax e un po’ di silenzio, mentre mi fumo una sigaretta, di tanto in tanto mi ricordo. E la nostalgia diviene mare – quell’oceano che attraversammo e lo stesso in cui navighi ora tu per raggiungere l’Alaska.

Neanch’io so dire bene perché, ma certe persone un po’ riflettono, apparentemente l’opposto, di ciò che noi vorremmo essere e non crediamo di potere. E allora restano nel cuore, come un’impronta mai sbiadita, di un’amicizia che sa svelarci ogni volta, qualcosa di nuovo su di noi. Anche a mille miglia di distanza, per altre latitudini, dietro a inesplorati orizzonti che celano i nostri sogni, e le nostre paure.

 

E’ a tratti esilarante, sentir dire da te, che sei sempre in viaggio, di non essere più andato avanti. Ma in fondo ho sempre pensato che le contraddizioni siano una delle componenti fondamentali del tuo essere – le stesse in cui io talvolta mi rispecchio, quasi sovrappensiero, riuscendo persino a rallegrarmi di quelle sfumature di carattere che mi suggeriscono l’opposto di ciò penso di me. Anche se talvolta sono così incalzanti da riuscire a mettermi in crisi, e non mi fanno più capire chi sono, dove sto, dove voglio andare. Ma sono proprio questi momenti – ambigui e discordi – che custodiscono la scintilla che fa scattare un nuovo cambiamento o una nuova presa di coscienza. Forse la stessa che stai toccando tu adesso, quando mi dici che ancora non riesci a staccarti dalla tua famiglia, e ti senti in colpa per non riuscire a dare loro di più.

Spesso me lo sono chiesto anch’io, e talvolta ancora mi domando, quale sia il peso o la misura di questo “di più”. E mi chiedo se basterà mai, o se a bastarmi saranno logoranti sensi di colpa ad impedirmi di spiegare le vele per andare avanti lungo la mia strada.

Oggi che sono diventato padre, una bozza di risposta me la sono data. Ed è libertà. Quella che auguro a mio figlio quando sarà adulto. La libertà di esplorare la vita e di tuffarsi serenamente nelle esperienze, senza strascichi di rimorsi o echi di parole che provano a trattenerlo a sé. Credo sia questo ciò che ogni genitore in fondo si augura per i propri figli. Che siano liberi di essere.

Per me è stato fondamentale riconoscere ciò che hanno rappresentato e ciò che ancor oggi rappresentano per me, nonostante i loro limiti e le proprie paure. Mi hanno donato la vita, e mi hanno accompagnato ad essere ciò che sono oggi, e li ringrazierò sempre per questo, ovunque sarò, qualsiasi cosa faccia. E nel dirgli grazie, ogni volta una parte di me volge lo sguardo oltre queste mura e si autorizza a sognare semplicemente per sé, e a progettare un futuro assieme alla sua nuova famiglia.

 

A proposito: come sto? mi chiedi. Mi viene da risponderti che sono felice, quando non mi accorgo di esserlo. Faccio parte di quelli che fanno fatica a godersi il presente, perché troppo abituato a preoccuparmi di cose che in fondo poi non succedono mai. E quando mi sorprendo a non pensare a niente ma semplicemente a stare fra coloro che più amo, mi prendono i dolori più strani, e mi distraggo nuovamente. Strascichi di un vecchio me: talvolta pensa che tutto quanto sia stato un grande bluff. Ancora non ha imparato a riconoscere i suoi meriti…

 

A parte tutto, sono contento di sentirti parlare di matrimonio. Tu che, pur viaggiando da sempre, sogni di mettere radici. Quand’è che ce la farai conoscere? Spero entro quest’estate. Io non vedo l’ora di farti conoscere mio figlio. E la nostra nuova attività! Ce ne sono di cose da raccontare…

Aspetto una tua telefonata di ritorno, nel frattempo proverò sempre a chiamarti, di tanto in tanto, aspettando di rivederti, per riprendere questi nostri discorsi…

 

N.B.: Non devi scusarti di niente. Sono io che ti ringrazio per la tua bellissima lettera.

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Contro/Verso
martedì, 21 aprile 2009

Di contro c’è che lavoro più di prima.

Sto conoscendo la fatica, adesso. Quella che in fondo ri-cercavo. Quando me ne stavo seduto da mattina a sera dietro a un PC a fantasticare una vita diversa e a fine mese mi mettevo in tasca uno stipendio che non sentivo di meritare.

Adesso alla sera, quando abbasso la saracinesca, un macigno di soddisfazione mi rotola sulla schiena, e mi sento un po’ meglio, mentre mi sento stanco.

 

Ora ricordo. La stanchezza di mio padre che rientrava a sera tardi, i suoi panni sempre sporchi, le scarpe maleodoranti lasciate fuori dalla porta e l’odore di sudore e benzina evaporate nel corridoio. Poi le mani strofinate con forza con lo spazzolino per il bucato e i suoi occhi piccoli piccoli che finalmente si sedevano a tavola, cercando noi accanto a lui, insieme a cena. Poi a letto presto, le coperte rimboccate con aria assonnata, la mano che mi strofinava la testa e il bacio della buona notte.

Spegnendo quella luce si riaccendono i ricordi che avevo dimenticato. Di me piccolissimo che mi riflettevo in mio padre, e immaginavo di essere come lui, un giorno. Prima di cambiare. Prima dello strappo, prima della ferita; di quella separazione ingannevole che mi portò distante da lui, da me, dal mondo…

 

Ora che mi sembra di tornare – anima e corpo – in quello spazio così familiare, che custodisce un qualcosa che sento essere così …sacro, mi sento più …uomo, nel senso di più adulto. Forse perché mi ci riaffaccio con occhi più consapevoli, e con meno dolore, su quella parte di me che per anni ho rinnegato.    

 

Anche se a volte quel bambino frustrato torna a farsi sentire, con tutte le sue lacrime represse e tutta la sua rabbia soffocata. Proprio quando ogni cosa sembra andare per il meglio; quando sta calando la sera e il sudore si rapprende, mi piomba dentro tutta la stanchezza di una vita e non capisco più niente. C’è caos ovunque. Negli occhi di mia moglie che cerca di incontrarmi mentre io mi sento additato e sotto processo, e fra le grida di mio figlio che gioca con oggetti d’occasione, sotto ai miei piedi, mentre cerco di capire che cos’ho che non va, e lui mi sembra diventare improvvisamente insopportabile.

E’ una rabbia bruciante, con il sangue che mi sale repentino alla testa e quella brutta sensazione di avere le fiamme dietro la schiena, che mi consumano a morsi.

 

Questa è la ferita da cui ieri sono fuggito, e che oggi ho ritrovato in questo nuovo posto. Con dentro la sensazione che ho sempre sbagliato tutto, accompagnata dalla frustrazione per non aver mai avuto il coraggio di scegliere con il mio solo cuore. Forse una malinconica colpa, per non aver ubbidito, per aver tradito le aspettative di qualcuno. Un’arma dolorosa con la quale io stesso mi punisco. Quasi a opporre resistenza a un cambiamento che al tempo stesso cerco e mi fa paura. Quando provo a tagliare quel cordone, per potermi sentire finalmente libero di essere ciò che sono sempre stato.

Il parto dell'uomo è doloroso, specialmente quando egli mette al mondo se stesso in età adulta (Stanislaw Jerzy Lec)

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Metamorfosi
sabato, 04 aprile 2009

Da quando ho lasciato il posto fisso per aprire una pizzeria al taglio assieme a mia moglie (e mio figlio) scopro di frequente nuove cose di me, che prima non vedevo. In effetti a cambiare è stato proprio il mio atteggiamento (miope) nel guardare alle cose e alle persone. Avevo deciso di imbarcarmi in quest’avventura per capire perché avevo così paura degli altri e perché mi sentivo continuamente sotto processo. E passato dall’altra parte (del bancone) ho cominciato a vedere tante piccole parti di me in ognuno dei miei clienti. Dopo i primi giorni di difficoltà (pratiche ed emotive) avute nell’uscire allo “scoperto” - fuori dal guscio del laboratorio, sul palco vertigionoso del retro bancone - per accogliere la gente e servirla, è subentrata in me quasi come una piccola gioia nell’incontrarli, nel chiedere, nel proporgli qualcosa fatto da me, ed essere ri-pagato. Sentire un leggero senso di soddisfazione quando mi dicono “Grazie”.

A volte li “spio”, da dietro ai vetri scuri del laboratorio, mentre assaggiano la mia pizza. Si scambiano un cenno di consenso con la testa, talvolta. A volte sono troppo indaffarati a mangiare per sbiascicare parola; assorti nei loro pensieri talvolta se ne vanno senza salutare. Poi ritornano, comincio a distinguerli e poi a riconoscerli. E mi sento nuovo anch’io…

Non mi fanno più paura – in fondo sono stati loro a venire da me. Io non posso fare altro che del mio meglio, per non deluderli, per dargli ciò che si aspettano – e qualche volta sorprenderli. Reinventarmi, quasi. Attraverso i nuovi gesti che sanno compiere le mie mani: affondate nell’impasto molle, mentre modellano e stendono, mettono a cuocere e si scottano spesso, tagliano i pomodori, affettano la mozzarella, s’impastano di condimenti e di nuovi sapori e di vecchi ricordi. E provano a fare qualcosa di diverso ogni giorno. E mi sento diverso anch’io…

Accolto mentre li accolgo. E spontaneamente sorrido. Imparo a non giudicarli, e non mi sento giudicato neanch’io – anche se ancora non sopporto quelli che mangiano sempre lo stesso pezzo di pizza, lo stesso tipo di birra, tutti i sacrosanti giorni… come facevo io.

Oggi mi piace cambiare, sperimentare me e i vari ingredienti. Assaggiare, decidere, lasciarmi influenzare. Pensarmi dovo voglio stare, immaginarmi e poi esserci. Per vedere come ci si sente. E pensare che la vita sia quell'incredibile esperienza che rifarei sempre.

Mi sembra che, prima di intraprendere qualunque viaggio alla scoperta della realtà, alla ricerca di Dio, prima di poter agire, prima di poter avere rapporti con gli altri - ciò che costituisce la società - è essenziale cominciare a comprendere innanzitutto noi stessi. Io considero persone serie coloro per i quali questa è l'esigenza principale e prioritaria, piuttosto che il fatto di perseguire un particolare fine: se non comprendiamo noi stessi, infatti, come possiamo con l'azione produrre un cambiamento nella società, nei rapporti, in tutto ciò che facciamo? Questo non significa, ovviamente, che la conoscenza di sé sia in contrasto con la socialità o che sia del tutto indipendente da essa. Né significa porre l'accento sull'individuo, sull'io, in quanto opposto alla massa, agli altri. Ma senza conoscere voi stessi, senza conoscere il vostro modo di pensare e il perché pensate certe cose, senza conoscere le radici di vostri condizionamenti e le cause delle vostre convinzioni sull'arte, sulla religione, sul vostro paese, sui vostri simili e su voi stessi, come potete davvero riflettere su qualunque altra cosa?
(La ricerca della felicità - Jiddu Krishnamurti)

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Il (mio) senso della crisi
lunedì, 16 marzo 2009

A volte penso che qualcosa di irreversibile stia per accadere. Un cambiamento (di cui la crisi è il preludio) che sancirà una nuova epoca, una nuova consapevolezza sociale, una nuova evoluzione. Questa crisi finanziaria (virtuale?) credo sia solo la facciata più evidente di uno scompenso insito nello stile di vita di gran parte dei paesi più sviluppati. Premesso che la crisi economica (più tangibile per noi) sia cominciata – mio modesto parere - dall’adozione della moneta unica e dalle conversioni indisciplinate dei prezzi, ci ritroviamo oggi con una marea di aggeggi tecnologici in casa che stiamo ancora pagando e che solitamente hanno vita breve, sono difficilmente riparabili e spesso ci si sente quasi in dovere di rimpiazzarli al più presto con l’ultimo costosissimo modello, pagato in comode rate, magari l’anno prossimo: tv lcd gigante, lettori dvd, mp3, jpg, dvx, cellulari, i-phone, palmari, consolle per videogame e tanti altri aggeggi hi-tech di cui, fino a pochi anni fa, potevano benissimo farne a meno.

A incombere pesantemente sulle nostre tasche, assieme ai mutui semi-usurai, vi sono quei finanziamenti adatti ad ogni evenienza, concessi dagli istituti di credito con sin  troppa faciltà, elargendo moneta virtuale che non si possiede realmente, e che rappresenta, per chi li stipula, un ulteriore debito per pagare altri debiti (interessantissimo il “Sistema di creazione del debito”, che potete vedere qui, e questo articolo sul signoraggio). Insomma, sono sempre di più le persone che si ritrovano a lavorare per pagare le rate, il mutuo, le tasse… e basta! 

Ma cosa rimane della propria vita? Che senso ha assunto la quotidianità, il lavoro, lo stare a casa, l’incontrare gli altri? In tanti vanno continuamente di corsa, ossessionati dal proprio lavoro o dalla carriera in generale. Spesso si esce da casa per dare bella mostra di sé, o meglio, di ciò che si ha, di ciò che si possiede, e vi si ritorna in malinconica solitudine, talvolta colmata dalla TV, dal cellulare, dai social network, che tengono la mente (e il cuore) impegnati fino a tarda notte. Quello spazio intimo, per stare con se stessi o con i propri cari, è sempre più sacrificato per cedere posto a realtà illusorie o virtuali che allontanano il proprio sentire dalla coscienza. Quella che si ascolta in silenzio, in solitudine, in tranquillità...

Ma c’è secondo me un messaggio più profondo in ogni cosa che ci accade, personalmente e anche collettivamente. E ciò che potrebbe dirci la crisi - sempre secondo il mio modesto parere - è che forse è giunto il momento per provare a cambiare direzione, a ritornare sui propri passi (sui passi di una antica civiltà) di riscoprire sacrosante tradizioni e valori da sempre insiti nella natura umana, ma con la consapevolezza delle esperienze fatte in questi anni/secoli. E che magari è giunto il momento di ridimensionare le proprie aspirazioni (prettamente materiali) e desistere dal perseguire uno stile di vita che non possiamo permetterci (e che magari, in fondo in fondo, nemmeno desideriamo tanto). Liberarsi del superfluo, concentrarsi sull’essenziale. Provando a ritornare a se stessi.

Perché in fondo la crisi non è puramente economica; la finanza (specie quella virtuale) è la punta di un disagio sommerso che ha radici, probabilmente, in un modello societario (o in parte di esso) che ha perduto la direzione della propria anima, dei propri desideri più profondi, che non crede più all’efficacia della famiglia tradizionale …all’eternità dell’amore. E che lo si trasmette con tutti i mezzi che si hanno a disposizione. Con più forza e ostinazione  verso chi questa direzione, con non poca fatica, sta cercando di ritrovarla.

Ma con gli status symbol (siano essi materiali o intangibili) spesso si colmano silenzi e solitudini per evitare di parlarsi. Per evitare di restare in quell’inquietudine interiore un minuto in più, e cercare di capire che cosa in fondo desideriamo noi, non gli altri. Per provare ad accorgermi che in fondo, l’unica cosa di cui io abbia realmente bisogno, sia semplicemente Te. Te che sei Me.

E allora noto, chiacchierando con la gente che viene da me per mangiare un pezzo di pizza, che parte di quel mondo sommerso – quello che non straparla a vanvera in Tv o sui giornali – in fondo in fondo una soluzione a questa crisi sta provando a cercarla. Dentro di se. Dentro la propria casa. Rinunciando ad una cena fuori al ristorante e mettendosi a cucinare tutti assieme. Rinunciando all’ultimo modello di cellulare o al televisore gigante per concedersi una gita fuori porta con i propri figli, godendosi il momento, il ‘qui e adesso’. Rinunciando ai cibi preconfezionati e riscoprendo i sapori autentici dei prodotti dei contadini, di recente riscoperti dalle periferie delle grandi metropoli (in aumento le vendite di vino e latte sfuso e di frutta e verdura acquistati direttamente dal produttore).

Mi ha quasi commosso la confidenza di una cliente, vittima di un licenziamento, che sta riscoprendo le gioie e le soddisfazioni del tempo (privato) perduto, assieme alla sua bambina. Occhioni grandi, blu e malinconici, che accennano un sorriso timido da dietro al bancone, mentre sua madre le chiede, amorevolmente: “ su amore, dì al signore che pizza vuoi, che mamma te la compra”.

Quelle piccole grandi attenzioni, talvolta date troppo per scontato, che ci fanno sentire amati.

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Basta un giorno
martedì, 10 marzo 2009

Basta un giorno, a volte. Forse solo un attimo; un attimo che dura il tempo che ognuno ci mette, per decidere di saltare da una parte all’altra di un dirupo. Poi la vita cambia, da un giorno all’altro. Come una pagina voltata sovrappensiero, con le parole mescolate fra pensieri che hai già dimenticato.

Il vento e la vertigine trascinano con sé vecchie paure, che è necessario ricordare, di tanto in tanto, per non cadere. Da un rimorso a un rimpianto, o nell’errore di pensare che non siano mai esistite. Poi anche i ricordi cambiano idea, così come l’immagine di te riflessa nello specchio del mattino.

Gli occhi si posano negli occhi stessi, senza più intrattenersi fra le pieghe intorno al naso quando sbadigli o fra le rughe di espressione quando provi a sorridere. Sei semplicemente tu, inedito e riscoperto, forse più libero e più vivo, sulla soglia di un nuovo mondo interiore che hai appena intravisto.

Ciò che stupisce è lo stupore stesso, o forse solo una scintilla che appicca l’ incendio di una passione appena nata. E il fuoco è quella voglia di ascoltare e di ascoltarsi, di raccontarsi coi gesti, non più solo a parole. Di farsi avanti, di esporsi, di mettere in vetrina il proprio modo di essere e accogliere chiunque voglia farsi incontrare.

Il fuoco tribale è quell’attimo eterno in cui io incontro Me in una parte di Te.

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Febbre
venerdì, 27 febbraio 2009

Taluni non riescono proprio ad ammettere (innanzitutto a se stessi) di non avercela più fatta ad andare avanti, a provare a guardare oltre i propri limiti e concedere il beneficio del dubbio a quella parte più disincatata che ognuno ha dentro sé, e che continua a sognare, sottopelle e sottovoce, ciò che sente di poter meritare. Taluni hanno preferito chiudere gli occhi e il cuore, dinanzi all’insorgenza di un dolore intriso di luce e pianto, e hanno pensato che non fosse vero. Hanno preferito non rischiare null’altro, in termini di emozioni, per paura che non si realizzasse mai in loro ciò che intorno vedevano sbocciare. E allora hanno scelto di provare a tornare indietro, negandosi la possibilità di ritornare a crederci/credersi.

L’errore non è stata la paura – nostra alleata e consigliera. Il peccato è stata la mancanza di umiltà (e quanto sia (in)consapevole in loro, non ci è dato saperlo), per non essere riusciti a dirsi che in quel momento, quel salto nel buio, non si sentivano proprio di farlo. E anziché tornare al proprio posto, prestando ascolto ad una nuova voce, sono scivolati via, in lacrime piene di rabbia, sbattendo la porta. Prima però hanno puntato il dito contro ognuno degli altri, e tutti in cerchio, hanno sputato insulti, ad uno ad uno, contro i padri, poi contro le loro mogli… poi contro i loro figli! Li hanno chaimamati pazzi, li hanno chiamati impostori. Perché dalle loro storie, dalle loro speranze, dalle loro ferite e dai loro travagli… si sono sentiti abusati.

Oggi si sono rinuniti in gruppo, e virtualmente moltiplicati. Uniti da un vittimismo che corrode e che corrompe. Chi è abituato a giudicare gli altri e mai se stesso. Chi racconta le bugie sugli altri e mai le verità proprie. Chi ogni giorno prova ad uccidere colui che ha sempre voluto essere.

Se l’invidia fosse febbre tutto il mondo ce l’avrebbe. [ da “La Febbre” di Alessandro D’Alatri ]

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Nostalgia
martedì, 24 febbraio 2009

Sono passati mesi, e senza che me ne accorgersi più di tanto, ho fatto a meno di internet, di questo blog e degli altri. Mi è mancato, sì, il leggere i pensieri di chi stimo e l'informarmi quotidianamente su quanto sta accadendo intorno a me. Ma un pò credo di essermi disintossicato. Dal bisogno di specchiarmi nelle parole (mie e altrui), di guardarmi dentro e tradurre in testo le emozioni, di amplificarle, di condividerle, o di metterle in vetrina.

Da quando ho cambiato lavoro (che mi permetteva di stare perennemente connesso al web) avverto forte la sensazione di vivere una vita ridimensionata, che mi ha tagliato fuori da ciò che pensavo fosse il resto del mondo, perchè circoscritta alle cose concrete, materiali, tangibili. Ma che mi permette di toccare con mano quello che faccio, quello che produco. Non c'è più nulla di virtuale nella mia vita, adesso, perchè l'ho cancellato, credendo fosse superfluo...

Ciò che resta è reale. Ciò che faccio, ciò che do, ciò che ricevo, ciò che vivo, ciò che amo. Ora ogni cosa ha una forma, un odore, un colore, un peso. Tatto. Elettricità. Sesto senso. Anche l'entusiasmo. Anche la fatica. E la sensazione è quella di essere diverso da ciò che credevo, distante dai miei ideali, più vicino al mio cuore.

Oggi che mi riaffaccio, un pò frastornato sul web, apprendo di come cambino in fretta certe altre cose, che per certiversi, restano sempre le stesse... Poi rileggo i miei compagni di viaggio, alcuni mai conosciuti dal vivo, e un pizzico di nostalgia riluce dagli occhi e mi fa sentire freddo dentro. M'immagino un cerchio, d'improvviso un fuoco al centro. Ancora. E le mani che stringevo e che ancora sento, adesso fra le mie, complici nella solitudine di chi ha voglia di capirci di più, di andare a fondo, per poter essere, domani, un uomo migliore dinanzi allo specchio...

Riapro gli occhi e guardo mio figlio che si è addormentato in braccio a mia moglie. Li guardo e il contemplarli mi distoglie da ogni più triste pensiero. Ho imparato a riconoscere in loro il dono più grande. Ripenso al fuoco tribale, ripenso ad Arkeon. E a quello stare insieme per crescere incontrandosi. Per andare oltre la rabbia, il dolore, le ferite, il ricordo mal interpretato del proprio passato. Sorrido. Perchè in fondo mi accorgo che comincio a riconoscere intorno a me piccoli gesti autentici, a volte veri e propri atti di coraggio silenziosi, che passano inosservati agli occhi di quel 'resto del mondo'. Esempi concreti e non solo parole ritagliate altrove. Di Vita vissuta, vita concreta. Di amore e famiglia. Di semplicità, di voglia di normalità. E penso che nonostante tutto, qualcosa si stia risvegliando. Perchè mi sembra di poterlo leggere nel fondo degli occhi di ognuno che incontro.

Antoine da Saint-Exupèry: "Se vuoi costruire una nave, non radunare uomini per raccogliere la legna e distribuire i compiti, ma insegna loro la nostalgia del mare ampio e infinito"

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Le mani in pasta
sabato, 13 dicembre 2008

Ho dato le dimissioni. Finalmente! Ho vomitato l'impossibile fno a un attimo prima di trovarmi con il capo faccia a faccia per dirgli che me ne andavo. Poi subito dopo averlo fatto, ho avverito un senso di leggerezza riguardo a tutta quella parte di passato che mi trascinavo dietro e che mi creava ansia e tristezza.

Un lavoro (da impiegato informatico) scelto (10 lunghissimi anni fa) senza cuore. Un pò per mettermi alla prova, un pò perchè era quello che 'tirava' all'epoca, ma sopratutto scelto per accontentare le aspettative di chi avrebbe voluto vedermi in giacca e cravatta, seduto dietro ad una srivania, rispettato e rispettabile da chi conta, con uno stipendio buono ed un buon posto fisso...

Ho scelto l'ignoto. Forse l'incontro con gli altri, o con quella parte di me che ha paura di non piacere, di non essere capace. Forse ho dato ascolto al ricordo lontano di me bambino, quando in piedi sulla sedia stavo a guardare mio nonno friggere le frittelle. O forse ho scelto il presente così com'è quando sono me stesso: davanti ai fornelli con mia moglie accanto, a sperimentare ricette inventate, mentre nosto figlio sta seduto sul tappeto a tirare giù tutte le pentole dai cassettoni. 

Forse ho scelto perchè costretto dagli eventi o forse ho ascoltato semplicemente il cuore che mi batteva forte appena smettevo di sognare ciò che per me sembrava irrealizzabile.

Però ho scelto, per la seconda volta in vita mia, ciò che amo.

Avevo voglia di mettere le mani in pasta. Così ci siamo messi a fare la pizza...

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Insieme
giovedì, 25 settembre 2008

Così come siamo

perfettamente incompiuti

da soli fra due attese

prima dell’incontro, e poi

due parole, un solo bacio

e infiniti disegni di vita

fra i tuoi sospiri e i miei silenzi

 

così increduli talvolta

per un sorriso che ci fa piangere

ad ogni pianto che ci fa ridere,

senza capire mai del tutto

che cos’è che ci spinge

sempre più oltre di noi

 

di così come non siamo già più

ugualmente diversi

insieme dentro un battito

prima di morire, e poi

due lacrime, un solo spasmo

e ritornare a nascere

come bambini, con un figlio

 

così sorpresi talvolta

di ogni suo gesto che ci arricchisce

di ogni suo passo che ci fa crescere,

senza svelarci mai del tutto

che cos’è che risorge

sempre più dentro di noi.


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...
mercoledì, 10 settembre 2008

C’è un mondo dentro di noi, un luogo ideale, un’isola dei sogni. E ne cerchiamo la via per arrivarci lungo tutta la nostra vita.

 

E’ difficile vivere come si vorrebbe. E’ difficile riuscire a conciliare il nostro mondo interiore con la realtà che ci sovrasta fuori. E sempre più spesso si finisce con l’essere ciò che gli altri hanno voluto per noi. Mai quello, che sin da bambini, sognavamo di essere.

 

Si può vivere la propria vita onestamente, seguendo le regole che impone la società e magari un giorno diventare ricchi, potenti, famosi. Ma ci sarà sempre un vuoto dentro di noi che di tanto in tanto richiama l’attenzione dell’anima e ci ricorda che siamo incompleti, frammentati, non realizzati mai del tutto, non ancora giunti laddove un tempo desideravamo essere.

 

C’è un mondo dentro di noi, un luogo ideale, un’isola dei sogni. E ne cerchiamo la via per arrivarci lungo tutta la nostra vita.

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...
mercoledì, 03 settembre 2008

Da questi giorni di decisioni da prendere o da lasciare al caso, raccolgo un’inquietudine mai assaporata prima. Le sue radici affondano nella paura di sbagliare irrimediabilmente, e dall’incapacità di ascoltarsi a fondo e del far combaciare i propri desideri con le richieste di chi ci circonda.

 

Perdo lucidità senza più ritrovarmi, in questa nuova dimensione in cui mi proiettano i pensieri, laddove osservo ciò che potrei essere insieme a te, e ciò che potrebbe accadere. E se ci stiamo sbagliando? Sono come un tarlo nell’anima le domande che si susseguono oggi. In questo tempo dove tutto sembra destinato ad andare a fondo, per perdere ogni sua forma superflua …poi ritornare all’essenziale.

 

Quando anche tu sei preda dello sconforto, allora io mi faccio forza e ti stringo fra le mie braccia e ti accarezzo con silenzi e parole. Nulla di concreto, nulla di ciò che ci servirebbe adesso. Ma è tutto quel che ho…

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Parti di Noi
mercoledì, 27 agosto 2008

C’è una parte di me che ho lasciato struggersi fra le tue braccia.

Senza ch’io lo decidessi davvero, l’ho vista accasciarsi sulle ginocchia e affondare il capo fra i tuoi seni. Da essa si schiudeva una ferita che non avevo mai voluto vedere con occhi innocenti. Dalla ferita sbocciava una menzogna a cui il mio cuore bambino aveva sempre creduto.

            Ho permesso che tu mi nutrissi perché avevo voglia di crescere.

 

C’è una parte di te che custodisce una saggezza antica, di chi sa essere donna senza sapere come. Da essa le parole sgorgano, incuranti di ogni convinzione, fino a travolgere le mie paure, per riportarle a galla, fra le nostre mani. Da esse divampa un fuoco che è il mio, acceso proprio quando credevo di non averne abbastanza, per poterti riscaldare.

            Hai rischiarato le mie ombre perché potessi riconoscermi in te.

 

C’è una parte di noi in cui regna il segreto di ogni vita. L’intuizione attraverso cui lo contempliamo, credendo a volte di poterlo scorgere, è di uno splendore tale per cui sovente stentiamo a crederci. In essa si realizza quel disegno imperscrutabile che ci permette di essere qui, adesso. Vi nasce un sentimento di comunione con ogni cosa visibile ed invisibile. E vi muore la solitudine mia, abbracciata alla tua.

Abbiamo scelto di andarci ancora più a fondo, perché vogliamo Essere.

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esserci per essere
lunedì, 25 agosto 2008

Ritrovarsi attorno ad una grande tavola imbandita e assaporare i ricordi ad uno ad uno, come pezzi di pane spezzati da un’anima comune. Incontrarsi ancora, oltre ogni parola sprecata e ogni silenzio sofferto, e semplicemente stare. Conoscersi come da sempre pur essendo cambiati dentro. Forse più semplici, forse più felici - nonostante tutto… e magari un po’ matti. Per quel raccontarsi con candore e senza ritegno, per poi saper ridere di un vecchio sé. Per quel tacere dinanzi a una domanda che ci tocca il cuore e lasciar parlare l’anima, che straripa dagli occhi.

 

Sentirsi insieme agli altri, senza aspettative né più bisogni di alcun genere. Esserci per essere e nient’altro, riconoscendosi per come si è in quel momento. Poi salutarsi, con un abbraccio pieno di parole trattenute, fingendo che la nostalgia non sia mai esistita. Fino alla prossima volta.

 

Quando sarà la voglia di essere ad accendere un nuovo fuoco.

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Fra sogno e realtà
venerdì, 22 agosto 2008

Sono state vacanze brevi e diverse dal solito. Qualche giorno di mare e i restanti a lavorare per un progetto che desideriamo realizzare.

 

E’ un periodo che va avanti da qualche mese, questo (mio) che chiamo di transizione. Sto rimettendo in discussione la parte lavorativa della mia vita, quella che da un po’ di anni a questa parte non mi da più soddisfazioni. E che non ho mai avuto il coraggio di cambiare, sino ad ora.

Paura di rischiare, di lasciare la via vecchia per la nuova, di mettermi alla prova. Di realizzare un sogno.

 

La crisi dilagante che ha colpito anche l’azienda/settore per cui lavoro, mi ha spinto in questa nuova direzione. In questi ultimi anni trascorsi a lavorare essenzialmente per i soldi, ho permesso che si anestetizzasse quella parte di me che custodisce i sogni, appunto. Non ricordavo più quali fossero. Ultimamente ho trascorso mesi a domandarmi, quasi ossessivamente: “Ma cosa volevo fare da grande? Il benzinaio? L’astronauta? L’attore? Lo scienziato?”

Boh… Non ricordo. Anche se mi sforzo di immaginarmi di fare questo o quel lavoro, quel vuoto di insoddisfazione rimane…

Allora ho cambiato domanda. Ho pensato che forse non era poi così importante capire quale fosse il mio lavoro ideale. Forse non esiste. Un impiego, un ruolo preconfezionato che ingabbi totalmente la mia personalità.

La domanda non è stata più ‘cosa’ ma ‘chi’. Chi sognavo di essere da grande? La risposta mi è costata vomito e lacrime: ciò che sono oggi! Un uomo, un marito, un padre.

 

Il modo in cui guardo al mio lavoro e al lavoro in genere comincia a cambiare. Cerco di non scindere più vita professionale e vita privata come se fossero cose a sé stanti. Non desidero più un lavoro che mi faccia sentire di essere qualcuno, ma un lavoro che mi permetta di essere e di amplificare ciò che già sono. Che non tenda a separare ma ad amalgamare quelle parti di me che oggi sono frammentate. E che tenda ad unire, innanzitutto, la mia famiglia.

 

Facciamo un lavoro insieme? ci siamo domandati io e mia moglie. Un lavoro che ci permetta di vederci di più e soprattutto di tenere insieme a noi nostro figlio (l’alternativa sarebbe il nido). E che assomigli il più possibile a quel sogno di vita che stiamo perseguendo.

 

Abbiamo deciso di correre il rischio. Dopo un bel pianto rigenerante, l’uno fra le braccia dell’altro, prima di affidarci a Dio.

[ Il lavoro non mi piace, non piace a nessuno, ma a me piace quello che c'è nel lavoro: la possibilità di trovare se stessi. ] (J. Conrad)

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Buone Vacanze
venerdì, 01 agosto 2008


Fra la voglia di trovarmi

e il timore di perdere tutto

incespicano pensieri

di desiderio muto.

 

Si fermano il tempo

necessario per capire

l’ultimo sbaglio fatto,

poi nuovamente cammino

- più sicuro e maldestro -

laddove vorrei essere

mentre già sto senza vedere.

 

Ciò che mai imparo

da ogni passo incerto

è il sapore di questa felicità

che sempre infango,

ma se un giorno dovessi scordare

anche quel poco che già so

io umilmente Ti prego:


Accompagnami sempre a casa,

lì dove sta il mio cuore.

















 


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reminiscenze
mercoledì, 23 luglio 2008

C’ è stato un tempo in cui alla sera, gli uomini e le donne erano soliti riunirsi attorno ad un fuoco e condividere le loro storie, il resoconto di una giornata, gli stati d'animo, un'emozione. Ci si incontrava occhi negli occhi e in rispettoso silenzio si ascoltava l’Altro. Si ascoltava il parere degli anziani perché il vissuto di ognuno aveva incommensurabile valore.  Ci si confrontava a cuore aperto, ed ogni parola altrui era una possibilità di crescita per se stessi. Si viveva la vita fra la gente e la Terra, non sui libri o stando da dietro a un computer.

 

C’è stato un tempo in cui si combatteva per difendere la propria tribù, una comunità, una famiglia e i propri valori, non per accaparrarsi indebitamente le ricchezze altrui. Tempo in cui la ricchezza era un qualcosa di semplice, spontaneo e condiviso, non precostruito e rivenduto al miglior offerente. Perché insita in ognuno - da ricercare dentro, non fuori.

La legge era uguale per tutti, perché tutti erano uguali.

 

C’è stato un tempo in cui esistevano meno leggi e più consuetudini. Tempo per sperimentare la propria autonomia e tempo per essere accolti. Tempo per assaporare la nostalgia di ciò che si era perduto e tutta la voglia di ritrovarlo.

Quando l'ultima fiamma sarà spenta, l'ultimo fiume avvelenato, l'ultimo pesce catturato, allora capirete che non si può mangiare denaro [ Toro Seduto, cit. Piede di Corvo ]

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I Silenzi di un Padre
giovedì, 17 luglio 2008

Ci sono stati anni in cui ho pensato che i tuoi silenzi fossero l’unica arma tangibile che possedevo per infierire sulle tue debolezze e rinfacciarti l’assenza che ho vissuto, sopratutto quando eri presente e non c’eri, e io disseminavo per tutta casa le mie frustrazioni - che con la loro strafottenza, il disprezzo ostentato e le lacrime che non ti ho mai mostrato - ti imploravano di darmi una risposta a domande che nemmeno conoscevo.

 

Ci sono stati giorni in cui ho avvertito un disperato bisogno di essere preso a schiaffi da te e poi abbracciato. Punito e consolato per una colpa che non trovava ragione, che mi bruciava  fra lo stomaco e lo sterno e mi toglieva fiato, e il coraggio per venire a chiederti di incontrarci a metà strada. Sul filo imperscrutabile di quella distanza che separava il mio bisogno di te dalle emozioni che tu trattenevi.

 

Ci sono stati momenti in cui ho creduto che tu non mi volessi veramente bene. La sera, a tavola, ingoiavo l’amaro di un giorno che mi era parso insopportabile e odiosamente cercavo di attirare la tua attenzione per parlarne, magari per poi poterti chiedere: “Come posso fare per andare avanti?”. Il vuoto in cui mi lasciavano i tuoi silenzi mi paralizzava, disorientandomi, per poi precipitare fra le mie stesse braccia.

 

Sono successe tante cose, oggi molto è cambiato e qualcosa è rimasto intatto. Ci siamo incontrati in un cerchio di persone e ti ho riconosciuto. Mi è bastato un tuo abbraccio per colmare anni di distanza e le tue mani sulla testa per sentirmi amato, ma quei tuoi silenzi ancora mi parlano. Soprattutto quando sento forte il bisogno di essere preso per mano e accompagnato ovunque vorrei, perché ho paura di camminare da solo e di scegliere e sbagliare. Tu ancora non mi dici niente; mi sorridi e basta, come se niente fosse.

Questa è la solitudine che temevo, e la libertà pure. Perché mi lascia a me stesso, e ad un silenzio assordante in cui riecheggiano soltanto i battiti accelerati del mio cuore. Non posso fare a meno di ascoltarlo…

 

“Come posso fare per andare avanti?” mi domandavo ancora ieri sera, con mio figlio in braccio che si dimena sempre per cercare di afferrare tutto ciò che vede intorno, ed io che lo accompagno e lo stringo forte, talvolta sorridendogli e basta. E allora lui sfodera uno di quei suoi sorrisoni che mi disarmano completamente, e le parole mi si bloccano in gola, trasbordando dagli occhi. Sarà per paura di ingabbiare i sentimenti e violare l’innocenza  che li concepisce, o forse solo per via di quella fragilità così forte - intrisa di bellezza e mistero - tramandata in un silenzio da padre in figlio. Ma tutto in un istante io ho sentito di essere parte di un cammino che ora prosegue fra le mie mani, e di un Padre che mi protegge per il semplice fatto di appartenergli.

 

E’ per questo che stamattina, nel ripensarci, sono scoppiato a piangere. Poi da lontano, con i miei nuovi silenzi, ti ho detto GRAZIE  per i tuoi.

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Ci sono dentro
martedì, 15 luglio 2008

Mi accingo ad abbracciare l’incertezza e già tremo.

 

Ci sono momenti in cui le paure più remote diventano pensieri credibili ed è difficile ascoltare la voce del cuore. Talvolta vado avanti a memoria, mantenendo vivo un lampo di lucidità da cui nacque un’intuizione. Ciò che rimane attorno è confusione, resistenza al cambiamento e sudore freddo nei palmi delle mani.

 

Nell’anima le maree di un’abitudine di essere che stenta a morire. Persecuzioni passate e desiderio di semplicità. All’orizzonte un bagliore di libertà autentica e i colori iridescenti di un sogno appena abbozzato.

 

Ci sono dentro.

 

 

Sei stato un po' troppo serio di recente, seriamente... è tempo di lasciar perdere!
Fatti una bella risata e metti da parte i tuoi bei piani. Davvero non ne hai bisogno.
Ciò che dovrà accadere accadrà e tu hai una scelta: andarci insieme o andarci contro. (Osho)

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Mio figlio mi assomiglia in una maniera impressionante...
giovedì, 10 luglio 2008

DSCF3746Mio figlio mi assomiglia in una maniera impressionante. Me lo dicono spesso, anche chi non ci conosce. Se è in giro da solo con la mamma, ogni tanto qualcuno si ferma e, dopo un’imbarazzante esitazione, quasi a volersi scusare, domanda: “Assomiglia al papà, vero”?

Mia moglie ne ride con fierezza, l’aveva ‘predetto’ sin dalle prime ecografie ed è quello che si augurava ancor prima del concepimento. Io invece tutta questa somiglianza impressionante non riesco proprio a notarla. Lo guardo e riconosco la sua unicità, nonostante abbia il mio stesso taglio degli occhi, la forma del naso, le orecchie, le espressioni della bocca, i piedini, le manone. Ma ha anche gli zigomi alti come la madre e la forma a cuoricino del labbro superiore…

Vabbè, lo ammetto: la cosa mi compiace! Spesso mi diverto a fare con mia moglie battute del tipo: “il papà è sicuro, la mamma non saprei…”  ma nulla di più. O forse si…

 

Ci riflettevo su questa mattina. Ricordo molto poco della mia infanzia, e dai racconti di famiglia e dalle foto, quello che ho ricavato  è il ritratto di un bambino timido e cagionevole, con gli occhi blu cobalto intrisi di malinconia e le lacrime di coccodrillo. Mio figlio sembra essere l’esatto opposto: non piange quasi mai, neanche la notte; sorride sempre, anche quando ha avuto la febbre. E a volte quando lo contemplo, mentre gioca e fa smorfie di sorrisi da farmi venire brividi di gioia pura, ho come l’impressione di rivivere un recondito me stesso e, in un certo senso, è come se andassi a sovrascrivere parti della mia infanzia.

 

Ciò che chiede è un continuo contatto fisico, con la madre e con me. Laddove io temo l’incontro intimo col prossimo, lui mi spinge ad essere sempre presente nel corpo e nei gesti. Quando una carezza o un qualsiasi gesto d’amore mi fa diffidare e ritirarmi, lui mi insegna a saperle accettarle e a sentire di meritarle. Se i troppi pensieri mi distraggono dal quotidiano, mio figlio mi riporta totalmente nel ‘qui ed ora’, facendomi capire che vuole venire in braccio, e nient’altro vuole in quei momenti, se non le mie sole braccia.

Anche per questo considero un figlio un dono di Dio e un privilegio concessomi per imparare a diventare adulto e libero, nello stesso istante in cui lo abbraccio e –in un altro spazio, in un altro tempo- riabbraccio il mio bambino interiore, e me ne prendo (finalmente) cura.

Nonostante il vittimismo seppellito nel cuore che reclama risarcimento per le proprie ferite. Nonostante la paura dell’amore di mia moglie che mi nutre e mi sostiene. Nonostante la solitudine di sottofondo, che ha paura di un’eterna compagnia. Un figlio ti offre la possibilità di andare oltre tutto questo, verso l’AMORE.

 

Una volta una persona che stimo e che mi è molto cara mi domandò:

“Secondo te come si fa ad essere un buon Padre?”

“Cercando di essere se stessi” gli risposi io.

“Non basta” accennò con la testa. Poi aggiunse: “Basta essere felici”.

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Terra e Cielo
lunedì, 07 luglio 2008

Dieci minuti alla sera

quando ricordo di avere tempo,

con le unghie nere di terra

le mani rivoltano pensieri secchi

e l’odore di basilico risveglia

il mio bambino.

 

Poi acqua per travolgere formiche

e ostacoli di sensazioni da lavare via,

quasi a prendermi gioco del presente

e fare finta che sia io

quello che sceglie.

 

Con gli occhi lasciati per caso

nella danza di cerchi concentrici

di un improbabile universo,

rimango vuoto di parole

e attendo di scorgere

nel mio silenzio

la voce tua.

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Sorry mama
lunedì, 30 giugno 2008

La rabbia con cui reagisci ad ogni mio tentativo di guardare alla vita in maniera più ampia, fa tremare dentro il mio bambino che ha paura del buio. Come se la vita fosse solo ciò che ascolto dalle tue parole e vedo con questi occhi che mi hai dato - miopi come i tuoi. Senza questo c’è il freddo dei tuoi abbracci che non ricordo e il vuoto dei tuoi silenzi che mi hanno sempre sgridato forte. Forse è per questo che tutto mi appare sfocato, al di là di questi limiti che mi hai cucito addosso.

 

Non fare passi verso l’incerto, sennò sei fallito. Non dare spago all’amore, sennò ti incatena. Non essere ciò che senti, ma solo ciò che ho progettato per te. Non dare retta a tuo padre, è assai più intelligente tuo zio…

 

In questi confini angusti mi sono sentito al sicuro, anche nella certezza del dolore – pungente e subdolo - ma era pur sempre un compagno per la mia solitudine. Ma oggi che mi crollano i tuoi castelli di raccomandazioni sulla testa, io non trovo altra scelta che non sia quella di seguire il mio cuore.

Cosa hai da dirmi adesso? Come posso fare? No, non dirmelo. Sento già i tuoi “stai sbagliando, sono tutte sciocchezze”, ma forse è proprio in questo  che posso trovare il mio giusto.

 

Il mio sogno di essere, dimenticato nel tuo ventre. Il dono della vita che mi hai dato. Il diritto e il dovere che ho di rendergli onore – difendendolo da ogni inganno mirato a sottrargli libertà.

 

Perdonami madre, ma adesso devo andare verso dove non so e chi non conosco. Non avere paura per me, ne ho già abbastanza io. E se un giorno avrai come l’impressione che non sono più figlio tuo, ma della vita stessa che mi hai donato, non pensare che soltanto per questo io per te non provi più bene. Anche a kilometri di distanza dal tuo sentire io ti sarò grato per questo e per ciò che oggi posso scoprire di essere. Mentre adagio accarezzo in me una nuova tenerezza e penso che - anche attraverso tutte le tue paure, la rabbia, gli schiaffi e gli insulti – tu mi hai donato tutto l’amore di cui sei stata capace.

 

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scelta
giovedì, 26 giugno 2008

...e allora quasi non m'importa più di avere successo o di fallire. Ciò che cerco in una scelta altro non è che me stesso. Le mie paure ed i confini che disegnano. Le mie ferite e l'innocenza che racchiudono. Le mie ombre e la speculare bellezza.

 

...e allora quasi non m'importa più quale sia la scelta, purché sia una scelta. Di libertà da ciò che di me già conosco, verso ciò che non vedo. Di rischiare il vuoto dei miei pensieri e la pienezza della loro assenza. Di andare verso un sogno, passando per l’illusione. Per tornare a me.

 

Con le regole fisse c'è sicurezza, comodità convenienza. Lascia andare quel comfort, lascia andare quella convenienza, quella sicurezza. Comincia a vivere una vita pericolosa. E una vita è vita solo quando vivi pericolosamente, quando è una grande avventura, un'esplorazione di ciò che rimane sempre sconosciuto. (Osho)

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" "
lunedì, 23 giugno 2008

Dopo aver estratto a forza i miei pensieri persecutori dalla testa, ciò che ho scorto è stato un vuoto colmo di silenzio. Mi sono sentito perso, senza senso né direzione. Smarrito in me, ma libero di scegliere. Adesso

 

Se esiste il libero arbitrio – mi sono detto – e se questo cammino è vero e tu sei il mio specchio, allora ne vale la pena provarci. A vivere pericolosamente quest’Amore e tutto ciò che necessita per crescere e circolare tutt’intorno.

 

Ti ho guardata negli occhi senza dimenticare di essere ancora in bilico fra il SI ed il NO e ho deciso di correre il rischio. Perché stiamo insieme. Perché in quel vuoto mi ha abbracciato una solitudine che ho chiamato Dio.

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Shhh...
martedì, 10 giugno 2008

Lascio che il tempo consumi le parole dette ieri, per riscoprirne il senso spoglio di ogni inganno, un domani. Oggi accarezzo silenzi mai sentiti che si specchiano nei tuoi occhi. Non reclamano altro che non sia questo camminare, l’uno di fianco all’altra, su per questi sentieri incorniciati dagli olmi e dagli ulivi.

Un gruppo di cerbiatti, alle nostre spalle, saltella dal nulla sui nostri passi per raggiungere la valle. Un treno colmo di bambini ci attraversa fischiando per poi svanire nella galleria. Il silenzio che si ricompone ha ancora più cose da dirci rispetto a prima. Ci scappa un sorriso, di quelli che nascono senza ragione e senza chiedere niente. Era da tempo che non succedeva. Così indaffarati ad incalzare i cambiamenti, da dimenticare che è già qui tutto quello che stavamo cercando. Lasciamo andare via i pensieri che rincorrono traguardi sempre più elevati e restiamo ancora, immersi in noi, per un altro silenzio.

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Oblìo
lunedì, 19 maggio 2008
Il peso di una scelta, rinuncia dopo rinuncia, si ripresenta in eventi sempre più grandi e in apparenza insostenibili. Ma ogni cosa ha un suo perché, ed ogni perché il suo tempo per essere compreso.
 
E' sotto silenzi inoperosi come questi, che talvolta arde la fiamma della possibilità di un nuovo cambiamento. Di fianco alla paura che stempera l'entusiasmo per un viaggio appena immaginato. A fermare ogni partenza a volte vi è solo la nostalgia preventiva di ciò che ancora non si è lasciato. Altre volte un'ancora di salvezza che incatena alla terra ferma e non lascia scampo all'esperienza del mare. E allora la vita resta ferma alla solita banchina, sicura e inerte, a lasciarsi coccolare dal moto rassicurante delle onde sulla riva. Lontana dalle tempeste, fra le braccia accoglienti di una madre-terra, che accoglie e incatena, al tempo stesso.
 
E' solo il cuore a librarsi talvolta in voli pindarici che hanno perduto memoria di un'autentica libertà. E allora ha paura di restare e paura di andar via.
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Festa del Papà
mercoledì, 19 marzo 2008

In alcune scuole, per ‘rispetto’ ai figli di genitori separati, divorziati o di chi, per altri motivi, il papà non c’è l’ha, è stata negato ai bambini di festeggiare la festa del papà. Di recente, una branca della scienza ha sperimentato l’abolizione della figura paterna anche dall’atto stesso del concepimento, ‘ricavando’ gli spermatozoi dall’ovulo femminile. Questi sono solo alcuni esempi recenti che denotano la progressiva perdita di direzione che la nostra società sta vivendo. Ai danni del Padre, che per un figlio è sorgente di forza, stima, direzione di vita, fede. E ai danni del Figlio, che senza Padre Interore è orfano di metà della sua coscienza.

 

Tutti abbiamo o abbiamo avuto un Padre. E continueremo ad averlo sempre, anche ‘solo’ come immagine interiore, alimentata dai racconti di una madre, da vecchie fotografie o da quel ‘vuoto dentro’, che talvolta ci chiede di fermarci ad ascoltarci, per ri-trovare in noi quella strada che sentiamo da sempre vera, per non perderci nella confusione di identità e ruoli, di valori usa e getta e di paura di incontrarsi. Nonostante le censure sociali in atto da parte di menti ‘inconsapevoli’ che rischiano di ‘annebbiare’, nella coscienza collettiva, la figura paterna.

 

Oggi si celebra il Padre ed io celebro il mio. Un Padre con i suoi limiti umani ed il suo amore divino, con le sue assenze talvolta ‘provvidenziali’ ed i suoi silenzi loquaci, e la sua continua presenza - intorno e dentro di me – che non è soltanto fisica, ma sopratutto ‘spirituale’.

 

E oggi è anche la prima “festa del papà” che io vivo da festeggiato. Questa mattina mia moglie, prima che io uscissi per andare a lavoro, ha preso in braccio nostro figlio (che ha 4 mesi) ancora sonnecchiante, e gli ha detto: “Oggi è la festa del papà, vuoi fare gli auguri al tuo papà?”

Lui si è stiracchiato ed ha aperto gli occhietti, si è voltato verso di me di scatto e dalla sua espressione crucciata è sbocciato un sorriso enorme, a piene ‘gengive’, come dico io.

 

Si, ne vado fiero di questo regalo. E lo estendo a tutti i papà del mondo.

 

AUGURI

Scintilla accesa da Sertan alle 14:25 [ fuoco ]
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Il fuoco tribale

La prima volta che mi sono seduto attorno ad un fuoco tribale avevo un anno in meno e qualche dolore in più. Gli uomini e le donne che l’avevano acceso si erano tutti sistemati in cerchio, con gli occhi chiusi e la propria storia fra le mani. A parlare furono i padri, le madri e i figli di un tempo antico, di quando ancora vi era la consuetudine di incontrare la propria gente negli occhi per condividere i frammenti di una parte sacra: quell’interiorità così ignota e vulnerabile che non mostriamo mai a nessuno; a volte nemmeno a noi stessi... (continua a leggere)

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